Il doppiaggio italiano: l’inizio

Il doppiaggio italiano: l'inizio

*cough cough* Allora… l’autrice vorrebbe mettere le mani avanti e annunciare che l’intento dell’articolo in questione vuole essere quello di raccontare gli inizi del doppiaggio italiano (immagino che il titolo fosse un indizio notevole, ma non si può mai essere troppo previdenti) e non quello di ammorbare con una lezione sulla storia del cinema. Con la speranza di essere riuscita a raggiungere l’obiettivo, diamo il via alle danze.

Come spesso accade, per poter parlare di un argomento, dobbiamo prima però fare un salto indietro nel tempo e fare un pit stop ai tempi del cinema muto: all’epoca, la comprensione del film era affidata alla gestualità e alla mimica degli attori e alle didascalie che comparivano tra una scena e l’altra per “dare voce” agli attori in scena.
Questi cartelli con poche e semplici righe di testo non sono altro che precursori di quelli che conosciamo come sottotitoli e, esattamente come nel sottotitolaggio moderno, potevano essere tradotti da una lingua all’altra in base al Paese in cui il film veniva distribuito.

Poi, all’inizio del XX secolo, il cinema viene rivoluzionato dall’arrivo del sonoro, un vero e proprio evento spartiacque nella storia della settima arte, che, come tutte le novità che sconvolgono, non viene inizialmente vista di buon’occhio; ecco perché molti Paesi iniziarono a imporre restrizioni ai film provenienti dall’estero. Per quanto riguarda l’Italia, il 1929 segna la prima messa al bando da parte del regime fascista di tutti i film non in italiano, una decisione presa allo scopo di tutelare gli interessi della cinematografia nazionale. Così, per correre ai ripari e garantire la distribuzione ovunque, le case di produzione internazionali (e in particolare americane) trovano due possibili soluzioni:

  • girare più versioni di una pellicola: usando lo stesso set, ma diversi cast, la pellicola viene girata più volte;
  • realizzare il doppiaggio del film: gli attori americani si auto-doppiano in lingua italiana. La prima casa a pensare a questa soluzione fu la Fox che, nel 1929, realizzò la pellicola “Maritati a Hollywood”, un film che purtroppo ci è arrivato incompleto; la prima pellicola completa doppiata risale invece a tre anni dopo, quando la Metro Goldwyn Meyer fa doppiare, sempre da attori italoamericani, il film “Carcere”.

Entrambe queste soluzioni non riscontrano però il favore del pubblico, eccezion fatta per il successo riportato dalle pellicole di Stanlio e Ollio,  che grazie alla comicità delle loro gag e all’accento italoamericano con il quale si auto-doppiano i protagonisti, scatenano l’ilarità nel pubblico italiano.

Oltretutto queste tecniche sono molte costose e, quando vengono messe al bando, le case di produzione passano definitivamente al doppiaggio: l’avanzamento della tecnologia, infatti, adesso permette di cambiare la colonna sonora senza dover rigirare tutto il film. Il doppiaggio viene dapprima affidato ad aziende interne alla stessa Hollywood, e poi in seguito a professionisti nel Paese in cui si intende distribuire il film; la casa di distribuzione Paramount decide quindi di aprire uno stabilimento di doppiaggio a Joinville, in Francia, nel quale doppiare film destinati alla distribuzione in Italia, ma anche in Germania, Francia, ecc. Questa decisione della casa americana viene inizialmente apprezzata anche nel Bel Paese, tant’è che il regime fascista accetta di mandare attori italiani (e in particolare teatrali) a doppiare.
La musica cambia però nel 1932 quando viene pubblicato un regio decreto che vieta la distribuzione di pellicole la cui sincronizzazione non sia avvenuta in territorio italiano; nasce così il primo stabilimento di doppiaggio presso la Cines-Pittaluga, considerata la migliore e più potente società cinematografica dell’inizio degli anni ’30. La direzione viene affidata all’esperto Mario Almirante, il quale sceglie attori teatrali dalla dizione pulita e tecnici con molta esperienza, tra i quali anche dialoghisti adattatori. Nel corso degli anni, poi, nascono ulteriori stabilimenti quali, tra gli altri, Fotovox e Fonoroma.

Il doppiaggio si rivela una scelta azzeccata, che riscontra il favore del pubblico, il quale essendo a maggioranza analfabeta, faticava (quando riusciva) a leggere le didascalie. Tuttavia, il primo stile di doppiaggio italiano è ben lontano da quello che adesso risuona nelle nostre case in quanto viene fatto “nel pieno rispetto della pronuncia romano-fiorentina [e con] l’adozione di un lessico decorosamente medio e largamente comprensibile”. Questa stasi della lingua del doppiaggio rimarrà fino, all’incirca, agli anni ’70, quando l’italiano doppiato si farà meno compassato e più aperto a sfumature e dialetti, adeguandosi così alla ricchezza e alla varietà del parlato del film originale, perché, citando Federico Fellini, uno dei più grandi del cinema nostrano, “il doppiaggio è come una seduta spiritica; i doppiatori sono dei medium che daranno un’identità a quelle ombre”.

La cultura, un patrimonio di tutti e di tutte

La cultura, un patrimonio di tutti e di tutte

Il 10 dicembre 1948, l’Assemblea delle Nazioni Unite adotta la Dichiarazione Universale dei Diritti Umani, stilata sulla scia della distruzione e della devastazione che la Seconda Guerra Mondiale ha lasciato dietro di sé. Il documento, che Eleanor Roosevelt definì come “la Magna Carta dell’umanità”, si basa su due assunti:

  • la dignità inalienabile di ogni essere umano
  • l’impegno a far rispettare tutte le libertà enunciate senza distinzioni o discriminazioni

Dopo un preambolo in cui si spiegano le ragioni che hanno portato alla stesura del documento stesso, la Dichiarazione si sviluppa in 30 articoli in cui vengono elencati i diritti civili, politici, economici, sociali e culturali di ogni individuo.
In particolare, all’articolo 27, si afferma che: “Ogni individuo ha diritto di prendere parte liberamente alla vita culturale della comunità, di godere delle arti e di partecipare al progresso scientifico ed ai suoi benefici.”

Da definizione quindi, il patrimonio artistico e più in generale la cultura devono essere inclusivi, aperti e accessibili a chiunque, come ribadito anche nella Convenzione ONU del 2006, nella quale si parla di diritto alla cultura. L’attuazione di questo diritto passa quindi dall’accessibilità culturale, intesa come “l’insieme di tecnologie, strategie e strumenti che possono favorire l’accesso a prodotti, ambienti o servizi culturali alle persone che non possono pienamente accedervi nella loro forma originaria”.

È un concetto così chiaro e giusto che sembra scontata la sua messa in pratica. Vero, ma solo in teoria. Come sempre, infatti, le cose sono più complicate di come sembrano. Ecco quindi spiegato il motivo per il quale non si parla ancora quanto si dovrebbe di accessibilità museale, intesa come l’individuazione e l’eliminazione di ostacoli e barriere fisiche, sensoriali e cognitive che possono limitare la partecipazione della persona con disabilità, e l’attuazione di progetti e iniziative che rendano la struttura accessibile davvero a tutti.

Per quanto riguarda l’Italia, il Ministero della Cultura ha diramato le prime linee guida riguardanti le barriere architettoniche fisiche e sensoriali nel 2008, alle quali sono seguite, dieci anni dopo, quelle riguardanti le limitazioni di tipo percettivo e cognitivo. Sempre nel 2018, con la circolare n.26 del 25 luglio, si è anche voluto introdurre la figura del responsabile dell’accessibilità; si tratta di una professionalità tecnica che dovrebbe affiancare il direttore del museo nella redazione e nell’attuazione delle strategie per l’eliminazione delle barriere, oltre che nel monitoraggio degli interventi volti alla fruizione ampliata. La ricezione di queste linee guida, tuttavia, è avvenuta a macchia di leopardo, come attestato anche dal rapporto ISTAT 2019; stando a quanto riportato nel documento, il 53% delle strutture ha implementato strategie per l’abbattimento delle barriere architettoniche, attraverso accorgimenti quali -ad esempio- rampe e ascensori, ma soltanto circa il 12% ha realizzato strategie per il superamento delle barriere senso-percettive, culturali e cognitive.

Ed è proprio all’incremento di questo 12% che è dedicato il lavoro dell’associazione “Museo per tutti – Accessibilità museale per persone con disabilità intellettiva”. Grazie a un pool di esperti in beni culturali e accessibilità e di operatori dell’ambito psicopedagogico, l’associazione si propone di creare percorsi di formazione e di progettazione partecipata del personale dei musei per creare una guida fruibile da tutti. Per facilitare la comprensione e la comunicazione, e rendere (quando possibile) indipendente e autonomo il visitatore, vengono utilizzate alcune strategie tra le quali: la redazione di mappe sensoriali, l’utilizzo di immagini e simboli come quelli della comunicazione alternativa aumentativa e la produzione di testi di riferimento scritti utilizzando il linguaggio easy-to-read, caratterizzato dall’utilizzo di un font pulito, di parole semplici e di frasi brevi. Oggi, tra i musei che rispondono alle necessità delle persone con disabilità intellettiva troviamo, tra gli altri:

  • la Reggia di Venaria (Torino)
  • la Pinacoteca di Brera (Milano)
  • il Museo degli Innocenti (Firenze)
  • la Galleria Nazionale (Roma)
  • il Museo Nazionale Romano con le sue quattro sedi (Roma)

Al netto di alcuni passi avanti che il Bel Paese ha fatto negli ultimi anni, sono ancora troppe le strutture che presentano barriere di ogni tipo, che ostacolano l’accesso a una o più categorie di persone con disabilità.   
C’è ancora tanto lavoro da fare per far sì che la cultura diventi un vero e proprio strumento di inclusione. C’è ancora molto lavoro da fare perché si concretizzi l’idea del “nessuno deve essere lasciato indietro”.

Adattamento dialoghi e doppiaggio: croce e delizia del cinema!

Adattamento dialoghi e doppiaggio:
croce e delizia del cinema!

Come avrete avuto modo di notare dai nostri social (ci seguite, vero?), abbiamo dedicato questo mese alla voce, alla giornata mondiale che la celebra e -in senso più ampio- al doppiaggio; ed è proprio su questo settore che vogliamo tornare a concentrarci, dedicando l’articolo di aprile all’adattamento dialoghi. Tuttavia, piuttosto che tediarvi con un articolo lungo e forse troppo tecnico, abbiamo deciso di proporvi un assortimento di doppiaggi (e talvolta di brevi esempi da essi tratti) con i quali vi dimostreremo quanto il lavoro del dialoghista adattatore sia al contempo importante e difficile: al netto della scelta delle voci dei doppiatori, il successo o meno di un prodotto può dipendere anche quasi interamente dalle trovate creative del dialoghista che, quando si rivelano azzeccate, possono addirittura andare a migliorare il prodotto di partenza. 

A questo proposito, vi è mai capitato di guardare  Le Follie dell’Imperatore in lingua originale? Vi sarete presto accorti che in inglese il film raramente riesce a causare ilarità nello spettatore, mentre in italiano è un concentrato di risate; questo grazie al doppiaggio, oltre a un adattamento che non adatta mai veramente ma stravolge l’originale. (Nota personale: un grazie di cuore a chiunque abbia avuto la geniale idea di accostare a grandi voci come Adalberto Maria Merli quelle di attori come Luca Bizzarri, Paolo Kessisoglu e Anna Marchesini. Quando si dice “una scelta che paga”!)

A volte invece, purtroppo aggiungerei, la scelta delle voci viene operata pensando solo alla velocità di lavorazione e ai costi. E si vede… anzi si sente! È il caso del film L’altra metà, uscito su Netflix nel 2020, e diventato immediatamente virale per la bruttezza del doppiaggio italiano. Complice infatti la pandemia, Netflix decise di far doppiare il film in italiano a persone italo-americane che, evidentemente, aveva in quel momento a disposizione in loco ed ecco così spiegata la presenza di un musicista e di un registra tra i “doppiatori” della prima versione del film. Fortunatamente, facendo seguito alle lamentele degli spettatori italiani, il 14 maggio di quello stesso anno il film è stato ricaricato sulla piattaforma con un doppiaggio ad opera di doppiatori professionisti.

E se parliamo di voci e doppiaggi, come non citare un assoluto capolavoro del doppiaggio italiano a opera di Maldesi e De Leonardis, ovvero Gli Aristogatti? Questa pellicola Disney è un esempio di adattamento praticamente perfetto: dalla scelta di far parlare gli animali con diversi dialetti (i cani da guardia Napoleone e Lafayette parlano milanese, mentre il protagonista Romeo er mejo der Colosseo parla ovviamente romano) all’adattamento dei nomi. Sia chiaro, quest’ultimo aspetto non è una scelta operata dall’adattatore, ma era all’epoca una politica Disney: i cartoni animati andavano adattati il più possibile al Paese in cui poi sarebbero stati trasmessi. Così, per assicurarsi che funzionassero per il pubblico italiano, si è andati a operare un adattamento anche dei nomi, anche se soltanto per quanto concerne gli animali. Così, solo per citarne alcuni, i tre gattini protagonisti hanno cambiato nome da Marie, Toulose e Berlioz in Minou, Matisse e Bizet e il motivo è molto semplice: si è scelto di sostituire i riferimenti originali alla regina Maria Antonietta, al pittore Toulose-Lautrec e al compositore Hector Berlioz in quanto si è ritenuto che potessero essere troppo oscuri per il pubblico italiano, preferendogli riferimenti ritenuti molto più chiari. Nel caso invece delle oche così belle da sembrare cigni (semicit.) Abigail e Amelia, si è scelto di modificarne i nomi, sostituendoli con due nomi ideali -nell’immaginario collettivo- per due zitelle incallite: Adelina e Guendalina; anche il cognome delle due non è casuale: visto infatti che l’originale Gobble rimanda all’onomatopea tipica dell’animale che starnazza nell’aia (anche se, per la precisione, rimanda in particolare a un tacchino), in italiano lo si è andati a sostituire con l’onomatopea tipica di parla troppo: Blabla.

Qualche volta però non è sufficiente sostituire l’espressione originale con la sua traduzione italiana, seppur corretta, come ci dimostra l’esempio riportato qui sotto, tratto dal film Indiana Jones e il regno del teschio di cristallo, quarto capitolo della saga dedicata al celeberrimo archeologo. Quando il protagonista elimina un assalitore, lo studente interpretato da Shia LaBeouf, stupefatto, gli chiede, in inglese:

  • You’re a professor? 
  • Part-time.

Mentre in italiano chiede:

  • E tu saresti un professore?
  • Qualche volta.              

La traduzione è corretta? Sì. È anche di impatto? Non troppo.          
L’ironia di quel “part-time” pronunciato dal professore non riesce, infatti, a essere veicolato dalla traduzione “qualche volta” che, per quanto corretta, risulta -come dire?- scolastica. E se è vero che il film è ambientato nel 1957 e quindi mantenere il termine “part-time” sarebbe risultato anacronistico, è altresì vero che questa soluzione risulta fiacca. Al contrario, invece, la scelta traduttiva operata per la domanda dello studente lascia trasparire perfettamente il senso di stupore veicolato dalla scena; in questo caso, addirittura, la domanda funziona meglio in italiano che in inglese dove, tradotta letteralmente, lo studente chiede semplicemente: “Sei un professore?”

Come abbiamo visto dunque, il lavoro del dialoghista adattatore non è assolutamente semplice: è un costante gioco di equilibri tra creatività e fedeltà all’originale, attenzione alle immagini e adattamento alla cultura di arrivo. A volte ne escono dei capolavori indimenticabili, a volte (decisamente) no. Si potrebbe obiettare che non è sempre interamente colpa dell’adattatore, ma questa è un’altra storia…

I sopratitoli a teatro

I sopratitoli a teatro

Quando si parla di traduzione audiovisiva, si pensa istintivamente al doppiaggio dei film (settore in cui l’Italia eccelle) o ai sottotitoli interlinguistici e intralinguistici che ormai ogni piattaforma offre ai propri utenti.  Ciò che raramente invece avviene è che questa espressione venga associata a un teatro o a un anfiteatro, luoghi dunque adibiti alla messa in scena di opere teatrali o persino liriche. Per quanto questo specifico ambito esuli dalle conoscenze di chi scrive, nella giornata internazionale del teatro ci sembrava doveroso spendere qualche parola per raccontare un tipo di lavorazione tra le meno conosciute del settore, ma non per questo meno difficoltosa o meno degna di nota: la sopratitolazione teatrale, intesa come la trascrizione o l’adattamento in una lingua diversa da quella originale, di un testo cantato o recitato dal vivo, durante una rappresentazione teatrale e proiettato o trasmesso elettronicamente su uno o più schermi, il principale dei quali si trova in genere sopra il proscenio nel boccascena.

La sua origine          
La sua storia inizia in epoca recente, e in particolare comincia nel gennaio 1983, in Canada, quando il direttore artistico della Canadian Opera Company decide di proiettare sul proscenio le didascalie con la traduzione del libretto dell’“Elektra” di Strauss, rappresentata in lingua originale. L’esperimento si rivela un successo e, nonostante qualche oppositore, questa tecnica si diffonde velocemente prima in America e poi in Europa, dove arriva per la prima volta nel 1986 a Firenze.

La lavorazione
Diversamente da quanto avviene per i sottotitoli televisivi o cinematografici e a prescindere che si tratti di una lavorazione intralinguistica o interlinguistica, la creazione dei sopratitoli passa per tre fasi:

  • Traduzione (quasi) letterale;
  • Traduzione del libretto, che sarà disponibile a teatro nei giorni precedenti la messa in scena;
  • Traduzione dei sopratitoli: fase più complessa della lavorazione in quanto prevede la traduzione e l’adattamento dei sopratitoli di pari passo alle prove generali dell’opera. In questa fase in particolare si va a lavorare sullo snellimento del testo originale, andando, ad esempio, a privarlo di un’eccessiva aggettivazione per rendere più semplice e fluida la lettura. 

Obiettivo dei sopratitoli
La creazione dei sopratitoli è volta, così come quella dei sottotitoli, a semplificare la comprensione del testo cantato, rendendo così più fruibile lo spettacolo. Al netto, infatti, di un pubblico che generalmente si approccia all’opera conoscendo già trama e testo, risulta talvolta di difficile comprensione ciò che gli attori stanno recitando; ecco così spiegata, tra le altre cose, l’esistenza dei sopratitoli intralinguistici, che numerosi teatri in Italia adoperano anche per opere in italiano. Lo scopo ultimo è dunque quello di trasmettere al pubblico sia il contenuto del testo sia i sentimenti dei personaggi, cercando di andare a tagliare meno informazioni possibili, laddove non sia necessario per limitazioni tecniche.

I maggiori pro e contro della sopratitolazione
Uno dei pro di questo tipo di traduzione audiovisiva l’abbiamo appena citato ed è, evidentemente, il fatto che l’esistenza del sopratitolo aiuti la fruizione da parte del pubblico, così come – venendo a un secondo aspetto a favore – il fatto che la posizione degli schermi intorno al palcoscenico, siano essi posizionati sopra il proscenio o ai lati, favorisce l’accesso agli stessi da parte di tutti gli spettatori, ovunque essi si trovino seduti.

D’altro canto, però, proprio gli schermi sono al centro delle critiche da parte dei detrattori di questa tecnica. Lo schermo, secondo loro, presenta infatti due gravi difetti: da un lato, lo schermo al LED crea una luce che distrae, più o meno parzialmente, lo spettatore, mentre dall’altro la sua dimensione ristretta non permette la traduzione in più di una lingua; questo secondo aspetto risulta di particolare gravità in Paesi nei quali non vi sia una sola lingua nazionale (come in Belgio), dove si crea dunque una disparità di comprensione negli spettatori a seconda della lingua utilizzata.

Il ruolo del proiezionista
Per concludere veniamo al ruolo del proiezionista, che talvolta può persino coincidere con quello del traduttore. Il suo lavoro, il quale consiste nel proiettare manualmente le didascalie sugli schermi, nasconde un’insidia non di poco conto; come abbiamo visto, la traduzione dei sopratitoli avviene di pari passo con le prove generali dell’opera, ma per quante prove si possano fare, l’imprevedibilità della rappresentazione dal vivo rischia di creare dei problemi. Per questo viene richiesto al proiezionista, anche qualora non sia il traduttore, di conoscere non soltanto bene l’opera ma anche la lingua in cui l’opera è rappresentata: questo perché deve essere in grado di distinguere precisamente il momento nel quale far entrare/cambiare/far uscire la didascalia a schermo.

E voi avete mai assistito a un’opera che presentasse i sopratitoli?
Da che parte state, pro o contro?

A bocca chiusa

A bocca chiusa

Tre settimane.

Tre settimane di bocche chiuse e di microfoni spenti.

È passato quasi un anno ormai da quelle tre settimane di silenzio quasi assoluto, per non dire assordante che hanno quasi completamente fermato le sale doppiaggio italiane; per chi non lo ricordasse o perché chi non lo sapesse (Davvero? Anche se non lavorate nel settore, non ricordate la polemica sulla mancata uscita della versione doppiata del finale di The Last Of Us?) tra il febbraio e il marzo dell’anno scorso, le sale doppiaggio si sono fermate a causa di un lungo sciopero di circa tre settimane che ha visto coinvolte quasi tutte le maestranze che operano nel settore doppiaggio: dai doppiatori (da cui l’intera protesta è scaturita) ai fonici, agli assistenti al doppiaggio; eccezion fatta per poche e generalmente piccole realtà, la filiera si è fermata.

Alla base dello sciopero, c’era una richiesta: quella di tornare al tavolo per discutere il rinnovo del CCNL Doppiaggio, scaduto ormai da 15 anni, eppure ancora vigente; la contrattualistica non era andata di pari passo con il cambiamento e le maestranze del settore si trovavano a non essere più tutelate. Come è stato messo in chiaro da molte voci in numerose interviste rilasciate durante le tre settimane di sciopero, la questione andava però anche al di là della mera protezione personale: oltre alla richiesta di una migliore retribuzione e di tempistiche di lavoro più umane, infatti, per molti dei doppiatori coinvolti nello sciopero, la questione riguardava anche la dignità e la qualità del doppiaggio italiano, un settore che è sempre stato un vanto del nostro Paese. Se è vero che le ultime ricerche dimostrano che più dell’80% degli italiani predilige la visione di prodotti doppiati, è altresì vero, infatti, che negli ultimi anni si è riscontrato un calo della qualità del doppiaggio; un generale impoverimento che in molti hanno riscontrato non soltanto nella qualità dei dialoghi, ma anche nel lessico utilizzato e persino nella qualità dell’audio fornito.

Una situazione, questa, figlia però di un lento cambiamento che ha stravolto la filiera; mentre, negli anni ’90,  la lavorazione dell’edizione italiana di un film (comprensiva di adattamento dialoghi e doppiaggio) poteva essere anche di un mese e mezzo, in tempi più recenti, le tempistiche per lo stesso film si sono ridotte a mere due settimane, tre quando va bene. Viene quindi da sé che tutto ciò che prima veniva curato nei minimi dettagli (dall’adattamento dialoghi all’interpretazione dei doppiatori in sala), adesso è costretto a passare in secondo piano per lasciare spazio a una ricerca di aderenza alla voce e al senso originali che, in un momento non meglio specificato di questo processo, sono diventati gli elementi più importanti a cui attenersi.

E questo ci porta, a cascata, a parlare del secondo grande motivo dietro lo sciopero: ci diciamo sempre che la macchina non potrà mai rimpiazzare del tutto l’uomo perché soltanto l’uomo è capace di provare (e provocare) emozioni, ma se la qualità cala in maniera così drastica rendendo certi prodotti asettici, cosa impedirà all’intelligenza artificiale di rimpiazzare gli umani nella filiera? E a questo proposito, come si frena la sempre più preponderante presenza della macchina all’interno di un settore come quello del doppiaggio? Da sempre i doppiatori, per contratto, firmano una cessione dei diritti della propria voce che, finora, è servita a garantire la libertà alle case di produzione di utilizzare le voci doppiate a fine di marketing (si pensi ad esempio ai tagli operati al video per realizzare i promo dei prodotti); ma se nessuno si impegna a contrastare l’uso indiscriminato dell’IA, di cui già ci sono esempi online, cosa impedirà ad aziende e persino a privati di sfruttare le voci dei doppiatori per ulteriori fini? Può sembrare un problema per il futuro, ma è purtroppo un problema del presente: basti chiedere a Christian Iansante, voce, tra gli altri, del personaggio di Rick nella serie Rick e Morty, che ha trovato online degli estratti del cartone doppiati con la sua voce che lui però non ha mai registrato. E perché fermarsi a questo se l’IA sarà addirittura in grado di utilizzare sample di voci esistenti per crearne una nuova da poter usare indiscriminatamente?

Sebbene lo sciopero sia durato “solo” tre settimane, questo è bastato per riportare le parti al tavolo e così, dopo mesi di riunioni, il 6 dicembre 2023 si è giunti finalmente a un accordo, con la stipula del nuovo CCNL Doppiaggio, che potete trovare qui, sul sito dell’ANICA, Associazione Nazionale Industrie Cinematografiche Audiovisive e Digitali: Rinnovato il CCNL Doppiaggio.    
Nel comunicato stampa che ne ha dato notizia, il contratto viene definito “innovativo e adeguato ai tempi, articolato e migliorativo per le parti coinvolte. [La ratifica di suddetto contratto] adegua finalmente la normativa contrattuale del Settore Doppiaggio ai numerosi cambiamenti, anche tecnologici, avvenuti negli anni, con l’obiettivo di renderla quanto più attuale e concreta, esigibile e innovativa. Tra le novità qualificanti del nuovo accordo, l’inserimento di un intero articolo dedicato all’intelligenza artificiale, e l’aggiunta di un recupero salariale a fronte di una riduzione dei ritmi di lavoro, a favore di un miglioramento sostanziale della qualità della prestazione e quindi del prodotto finale.

Adesso che il problema sembra essere parzialmente risolto, almeno a livello normativo, in realtà, la domanda che la gran parte del settore si pone è la stessa che in molti si ponevano con l’accordo ponte precedente: quante realtà del settore si atterranno davvero alle nuove regolamentazioni, soprattutto per quanto riguarda le tariffe? A fronte di quanto ottenuto, la situazione rimarrà invariata o qualcosa cambierà davvero? 
        
Ai posteri (o forse semplicemente a noi tra qualche mese) l’ardua sentenza.

AUDECON: “vedere è [solo] una parola”

AUDECON: "Vedere è [solo] una parola"

Cinecittà come simbolo della storia del cinema italiano e come punto di inizio per quella che si spera sarà una conversazione che si espanderà il più possibile sull’audiodescrizione e, più in generale, sull’accessibilità e l’inclusività nel cinema.
Il 14 novembre, infatti, a Cinecittà si è tenuta la prima conferenza internazionale sull’audiodescrizione, a cui hanno preso parte esperti di tutto il mondo per creare un programma che potesse parlare di audiodescrizione da ogni punto di vista: da quello accademico (con Joel Snyder, Pilar Orero, Maria Valero Osbert…) a quello dell’industria audiovisiva con i rappresentanti di alcune realtà di produzione e di distribuzione; tutto questo senza ovviamente dimenticare le associazioni di categoria perché, come per ogni altro argomento, non si può parlare per loro senza di loro.

In generale, l’accessibilità ha fatto passi da gigante, non solo da un punto di vista di comprensione e attenzione all’ambito, passando oltre al preconcetto per il quale con accessibilità si intende soltanto quella che fa riferimento alla disabilità motoria, ma anche da un punto di vista accademico, diventando disciplina di studio che offre progetti di ricerca e corsi specialistici in tutto il mondo; tra questi, ci sembra doveroso menzionare il progetto di ricerca a cui sta lavorando ormai da anni la professoressa Pilar Orero: l’accessibilità nel metaverso. L’idea è di per sé già incredibile e in alcune sue specificità sarebbe anche accessibile, ma non lo è l’accesso stesso al metaverso in quanto comporta l’utilizzo di un visore. Come sarebbe possibile per un cieco o un ipovedente interagire con il visore così da poter accedervi? E una volta dentro, l’avatar potrebbe o dovrebbe rispecchiare la disabilità? A queste e a molte altre domande stanno lavorando da anni la professoressa e il suo team per rendere accessibile anche il mondo di domani.

Ma tornando al presente, la professoressa Elisa Perego ha spiegato che in Europa sono stati sviluppati quattro progetti la cui finalità è quella di meglio definire che cosa sia l’audiodescrizione, chi sia un audiodescrittore e quali possono essere le migliori linee guida per creare un’audiodescrizione di qualità, dove, con audiodescrizione, si intende una traccia audio aggiuntiva che si inserisce tra i dialoghi o nelle pause non importanti di film, serie TV ecc.. per spiegare a voce gli elementi visivi che altrimenti le persone cieche o ipovedenti non potrebbero cogliere (aspetto fisico, colori, ambientazioni…). È importante a questo proposito sottolineare che, come riportato da Joel Snyder, uno dei primi audiodescrittori al mondo, il cosa accade sullo schermo è tanto importante quanto il come accade: l’idea di fondo deve essere infatti quella di descrivere anche l’essenza di ciò che succede e non soltanto di fornire una mera descrizione, perché così facendo si andrebbe a togliere alle persone con disabilità la possibilità di godere veramente di un prodotto. È vero che la voce che narra l’audiodescrizione deve essere neutrale, ma ciò non significa che anche la narrazione debba esserlo.

L’obiettivo ultimo sarebbe quello di arrivare ad avere delle produzioni della cui filiera faccia già parte l’audiodescrittore: è per questo che in Paesi come Spagna, Regno Unito e Australia si spinge per la creazione della figura dell’accessible coordinator, per far sì che la cultura dell’accessibilità sia presente fin dalle prime fasi della lavorazione di un prodotto audiovisivo (e a questo proposito si ritiene importante anche citare la figura di Pablo Romero Fresco, figura di spicco in questo ambito, che sta lavorando proprio all’Accessible Filmmaking, una nuova forma di produzione di film che pone appunto l’accento sull’importanza di avere una figura del genere durante tutta la lavorazione del film).

Nella pratica però, i passi avanti menzionati dagli accademici sono presenti ma non sono ancora abbastanza: se è vero che esiste una legge che tutela l’accessibilità (legge Cinema del 2016) è altresì vero che questa non è stringente e che spesso e volentieri, anche se viene fatta un’audiodescrizione, questa è destinata a rimanere in un cassetto o a non rispettare standard qualitativi; assieme alla mancanza di audiodescrizioni infatti, le associazioni di categoria lamentano una scarsa qualità che, a detta loro, dimostra come questo genere di lavorazioni venga fatto solo perché lo impone la legge e non perché lo si ritiene davvero importante. Le richieste delle associazioni di categoria sono molto chiare: smettere di essere trattati da cittadini di serie B e avere la possibilità di godere di un film senza doversi sentire “grati” se una pellicola ha l’audiodescrizione. L’accessibilità dovrebbe essere considerata una spesa come le altre da inserire nei budget di produzione e dovrebbe essere regolamentata da un organo di controllo che si assicuri che qualsiasi film disponga di audiodescrizione, perché il cinema torni a essere uno strumento di inclusione. Un’inclusione che, è stato sottolineato, deve essere però implementata non soltanto nel settore audiovisivo, ma in generale perché le barriere non sono soltanto architettoniche ma anche e soprattutto umane.

Il quadro è chiaro: c’è modo di cambiare le cose, come dimostrano i successi già ottenuti, ma c’è bisogno di impegno e volontà perché la situazione cambi davvero. Una considerazione, questa, condivisa anche dai rappresentanti di alcune realtà dell’industria cinematografica che sostengono che, al netto dei passi avanti fatti, l’obbligo di produrre audiodescrizioni e sottotitoli per persone sorde ha desensibilizzato all’argomento; anche perché, e questo è un paradosso, c’è l’obbligo di produrre queste lavorazioni accessibili, ma non di distribuirle. Ci sarebbe quindi bisogno di una maggiore accortezza da parte delle istituzioni che, propone Lorenzo Lalle di 01Distribution, dovrebbero creare una commissione di revisione artistica e legislativa in materia, per assicurare a questa (larga) fetta di pubblico la stessa qualità di prodotto offerta alle persone non disabili. Tuttavia, come dicevamo, dei passi in avanti sono stati fatti e i numeri, soprattutto per la RAI e per alcune piattaforme streaming, lo confermano: basti pensare che la RAI audiodescrive almeno i tre quarti dei programmi di prima serata (all’incirca 1800 ore sui canali primari e 2500 sui secondari). In generale l’offerta accessibile è aumentata: dall’accessibilità social a quella in diretta di programmi come il Festival di Sanremo e la prima della Scala in RAI, passando per i programmi per bambini resi accessibili in audiodescrizione e in LIS su Tim Vision. Come dimostrano questi numeri e il costante incremento di prodotti accessibili in ogni ambito (si pensi ad esempio ai videogiochi accessibili della Novis Games che sono in fase di sviluppo), l’accessibilità interessa una larga parte della popolazione e un vasto numero di settori: allora perché non pensare, a livello istituzionale, a istituire magari un fondo che premi questo tipo di sforzo, un po’ come già succede a chi lavora per costruire una società più green?

In conclusione, la vera domanda è: al netto dei passi avanti fatti soprattutto in Europa, cosa aspettiamo ad agire perché queste persone smettano di sentirsi cittadini di serie B? Come più volte sottolineato durante la conferenza, i ciechi e gli ipovedenti pagano le tasse come tutti, quindi perché non hanno diritto come gli altri a determinate libertà, come quella relativamente semplice di poter scegliere un film invece che essere costretti alla scelta dalla presenza o meno di un’audiodescrizione?

La strada è quella giusta, ma è ancora lunga, molto lunga…

Gli Stati Uniti, l’Italia e il futuro degli sceneggiatori

Gli Stati Uniti, l’Italia e il futuro degli sceneggiatori

In un Paese come l’Italia il cui settore audiovisivo dipende in larga parte dalle produzioni provenienti dagli Stati Uniti d’America, lo sciopero degli sceneggiatori americani prima e degli attori poi ha causato e causa tuttora non poca ansia, a prescindere dal ruolo che si ricopre nella lunga filiera del cinema italiano. Ecco perché quindi abbiamo partecipato all’incontro organizzato in occasione della Festa del Cinema di Roma, dal titolo “Hollywood, attori e sceneggiatori hanno fatto… strike. E noi?”, al quale hanno preso parte esponenti di spicco della categoria sceneggiatori, da Giorgio Glaviano, presidente della Writers Guild Italia, a Francesco Ranieri Martinotti, presidente dell’ANAC, passando per sceneggiatori come Leonardo Fasoli e Roberto Marchionni, in arte Menotti. L’obiettivo dell’incontro era chiaro: a seguito del lungo sciopero indetto dal sindacato americano che si è concluso con una vittoria, fare il punto della situazione in Italia.

Al momento, nel Bel Paese, la situazione non è certo rosea, come dimostrano i risultati del sondaggio indetto da Writers Guild Italia su cento sceneggiatori: in un’industria cinematografica come quella italiana il cui fatturato aumenta esponenzialmente anno dopo anno (ad esempio, l’anno scorso ha visto un incremento pari a 672 miliardi) e i costi di lavorazione hanno subito un aumento del 30%, gli sceneggiatori vengono pagati come prima, se non meno. E per aggiungere al danno la beffa, alla richiesta di lavorare alla stessa cifra, si aggiunge quella di lavorare in sempre meno tempo: se un anno fa, infatti, si poteva lavorare anche un anno a una sceneggiatura, oggi quello stesso prodotto viene richiesto in massimo due mesi; una richiesta che chiaramente va a inficiare la qualità stessa del prodotto in questione, non tanto per mancate capacità dell’autore, ma per una più semplice mancanza di tempo.

Come rimediare a una situazione così negativa?
Le soluzioni proposte sono due: la prima riguarda la creazione del CCNL sceneggiatori, da anni paventata dalle associazioni di categoria, ma mai fin qui ottenuta; la seconda riguarda una soluzione che dovremmo “importare” dagli Stati Uniti, ovvero pagare di più le idee, perché è da lì che tutto ha inizio. Questa seconda soluzione si concretizzerebbe nel settaggio di una cifra minima (comunque alta) per quanto riguarda lo stipendio degli sceneggiatori, il cui mestiere estremamente specializzato, in quanto figlio di una preparazione ben precisa e di alto livello, è anche uno tra i più snobbati nel settore.

Al fine però di ottenere tali risultati, per prima cosa ci sarebbe bisogno di creare un fronte unito, come quello presentato dalla Writers Guild America (WGA) nel maggio di quest’anno alle major e agli studios (N.B. Ne abbiamo parlato qui: Facciamo il punto: Hollywood va in sciopero!). A questo proposito sono intervenuti, in diretta dagli Stati Uniti, Laura Blum-Smith e Tony Gerber, esponenti del sindacato americano, che ci hanno tenuto a sottolineare come quello sciopero sia stato indetto in quel preciso momento perché le condizioni di lavoro stavano diventando invivibili, e non solo per una questione economica, ma anche relativa all’intelligenza artificiale, uno degli argomenti più caldi del momento. Come in ogni grande dibattito che si rispetti, anche su questo argomento ci sono due fazioni: da un lato chi è convinto che l’uso dell’IA sia insensato in quanto manca di empatia e sentimenti e quindi non potrà mai andare a sostituire l’operato dell’uomo, perché, di base, si tratta di un mero algoritmo ricombinatorio, operante sulla base dei bias cognitivi del creatore dell’algoritmo stesso; dall’altra chi ritiene invece che la macchina arriverà sicuramente a saper replicare il lavoro dell’uomo, anche grazie agli input che riceve quando apprende dai copioni degli stessi sceneggiatori. Ma dato che nella vita non è sempre tutto o bianco o nero, si ritiene importante anche citare due posizioni che possono offrire spunti di riflessione su questo argomento:

  • Roberto Marchionni, in arte Menotti: pur ritenendo che l’IA imparerà a simulare le emozioni umane, lo sceneggiatore ritiene che potremmo trovare un compromesso facendola lavorare offline e utilizzandola come una sorta di staff writer, facendole ricoprire mansioni minori, così da non inficiare l’impatto dello sceneggiatore nella filiera;
  • Tony Gerber: sostenendo di ritenerla sia una minaccia sia un progresso, lo sceneggiatore statunitense ci tiene però a far notare come sia diventata argomento di discussione soltanto nel recente passato, quando invece la utilizziamo da decenni, più o meno da quando abbiamo lasciato da parte i libri per fare spazio alle ricerche su Google.

Le questioni spinose si accumulano, le risposte scarseggiano e l’ansia cresce.

Quale futuro attende il settore audiovisivo?

Roma 2023: Dialoghi sul cinema italiano

Registi e sceneggiatrici:
una conversazione sul cinema italiano

Una sala gremita.
Un panel di registi e sceneggiatrici italiani.
Una conversazione sul futuro del cinema nostrano.

In occasione della Festa del Cinema di Roma, al grande pubblico è stata offerta la possibilità di ascoltare le opinioni di tre registi (Marco Bellocchio, Paolo Genovese, Pietro Castellitto) e di tre sceneggiatrici (Monica Rametta, Valia Santella, Francesca Manieri) riguardo il futuro del cinema italiano, in un incontro organizzato al museo Maxxi, dal titolo:

“Può esistere un cinema italiano capace di conquistare il pubblico italiano ed europeo?
Il punto di vista dei registi e sceneggiatrici”
.

Nonostante gli ospiti vengano interpellati uno alla volta, la risposta si potrebbe definire corale: certo che sì, il cinema italiano ha sicuramente tutte le carte in regola per conquistare il pubblico internazionale, come dimostra il fatto che tra il 2017 e il 2022, le esportazioni di film italiani sono incrementate del 120%, grazie anche all’aumento di co-produzioni europee e internazionali e a un incremento dei fondi.

Ciò che tuttavia sembra mancare non è tanto la capacità, ma la voglia di espandere i propri orizzonti, producendo film pensati per attrarre anche il pubblico internazionale.
A tal proposito, è emblematico il caso di “Perfetti Sconosciuti” che, come sottolineato dallo stesso regista Paolo Genovese, è diventato soltanto per pura fortuna un successo all’estero: non soltanto a livello di incassi in sala, ma a livello di concept, tanto da essere stato in seguito venduto in molti Paesi; dietro la pellicola, infatti, non c’era alcun tipo di pianificazione per quanto riguardava export e distribuzione internazionale. Il suo successo all’estero è quindi da imputare alla sola trama? Se è vero che l’importanza della trama non può essere sminuita, è altrettanto vero che, come ribadito anche dalla sceneggiatrice Valia Santella, il punto di forza del cinema è il fatto che questo ci fa indagare noi stessi e le nostre azioni, mettendoci di fronte a interrogativi che il film non vuole sviscerare, ma portare alla luce. Il cinema, infatti, non è soltanto quello d’autore, ma è tutto ciò che arriva al pubblico, sia questa una storia tratta dalla quotidianità, un blockbuster o un film indipendente in dialetto. Non soltanto tutto è cinema, ma tutto può diventare cult. Affinché tutto ciò possa avvenire, però, è prima necessario riuscire a riportare il pubblico in sala: il paradosso italiano, infatti, è proprio questo, l’Italia risulta tra i primi Paesi in Europa per esportazioni, ma tra gli ultimi per numero di spettatori e in particolare, i dati mostrano che il rapporto più complicato con la sala è quello dei ragazzi tra i 20 e i 30 anni.

Comunque, a prescindere che uno si voglia concentrare sul mercato italiano o su quello internazionale, due sono gli aspetti su cui ci si dovrebbe concentrare per cercare di risollevare le sorti del settore audiovisivo italiano.      
Il primo riguarda sicuramente l’aspetto economico: contrariamente a quanto sta infatti accadendo, non dovremmo apportare tagli, ma investire. Proprio perché il settore sta vivendo un momento florido, infatti, il regista Marco Bellocchio sostiene che “Non è il momento di fermarsi [e] di arretrare, ma [quello] di spingere”, cercando di sfruttare il momento anche puntando sul mercato internazionale, costruendo un rapporto col pubblico estero che non si basi sull’uscita di un film ogni tanto, ma su un continuum di pellicole che crei tanto affetto nel pubblico da arrivare a creare un mercato a parte. Tuttavia, questa prospettiva si scontra con i tagli operati al settore dell’audiovisivo che, come ribadito da alcuni degli ospiti, sono particolarmente rischiosi per tutte quelle produzioni “di mezzo” che, in un futuro neanche troppo remoto, rischiano di scomparire.  
In secondo luogo, dovremmo tornare a mettere al centro la pellicola e il pubblico, mettendo da parte i numeri e le cifre, che stanno trasformando quella che è in tutto e per tutto un’arte in uno studio scientifico. C’è bisogno che chi lavora in questo campo torni a interrogarsi sulla visione del mondo che vuole dare perché in fondo fare cinema è questo: fornire al pubblico una storia con un punto di vista preciso che sia univoco, ma che lasci al pubblico la possibilità di interrogarsi e porsi domande sulla propria persona e su ciò che lo circonda.

Facciamo il punto: Venezia 2023!

Facciamo il punto: Venezia 2023!

Che cos’hanno in comune Accadde una notte (Francis Capra), Friends (Disney), Indiana Jones – I predatori dell’arca perduta (Steven Spielberg) e La La Land (Damien Chazelle)? Oltre ad essere film che hanno fatto, per un motivo o per un altro, la storia del cinema internazionale, si tratta di pellicole che sono state presentate durante un’edizione della Mostra del Cinema di Venezia, rispettivamente nel 1932, 1938, 1981 e 2016. Per molti di noi amanti del cinema, e soprattutto per i più giovani, la rassegna veneziana è qualcosa di scontato che anno dopo anno si ripropone in un mix di cinema, tra retrospettive e concorso, e glamour, portato al Lido dalle varie celebrità che, sul finire del mese di agosto, popolano la città veneta. Prima di tuffarci in ciò che ci aspetta quest’anno però, ripercorriamo in poche righe la storia della Mostra.

Breve storia della Mostra 

Fondata nel 1932 da Giuseppe Volpi col nome di “Esposizione Internazionale d’Arte Cinematografica”, la Mostra viene inaugurata il 6 agosto 1932 con la proiezione del film Dr. Jekyll and Mr. Hyde, a cui fa seguito un gran ballo nei saloni dell’Excelsior. Nonostante nelle prime edizioni non sia presente una giuria, la rassegna diventa competitiva fin dalla seconda edizione: vi prendono parte 19 nazioni e più di 300 giornalisti accreditati e vengono istituiti i primi premi alle migliori interpretazioni.  
La svolta, tuttavia, arriva nel 1935 quando la Mostra diventa un festival annuale. In seguito, negli anni successivi, viene prima istituita la Giuria Internazionale e poi inaugurato il Palazzo del Cinema, che, da lì in avanti, sarà sede della Mostra (eccezion fatta per gli anni che vanno dal 1940 al 1948). 
Il 1938 è l’anno in cui la situazione politica italiana e mondiale incide più pesantemente anche sul settore audiovisivo: nonostante la prima grande retrospettiva sul cinema francese, quell’edizione sancisce l’ultima partecipazione del cinema americano al festival e vede la vittoria di due pellicole di propaganda. La Seconda Guerra Mondiale è ovviamente un momento spartiacque che cambia ma non ferma la Mostra: la rassegna continua anche tra il 1940 e il 1942, ma prevede la partecipazione di pochi Paesi, quasi tutti membri dell’Asse, e non si tiene al Lido; per questo motivo, in seguito, verrà deciso di considerare queste tre edizioni come “non avvenute”.  
Soltanto nel 1949 la Mostra si presenta per la prima volta con tutte le caratteristiche che oggi la contraddistinguono: la rassegna si tiene al Palazzo del Cinema del Lido, il Premio internazionale di Venezia viene assegnato da una Giuria internazionale e viene istituito il premio Leone di San Marco. Altri elementi chiave, quali ad esempio la Settimana Internazionale della Critica o Orizzonti, verranno poi inseriti nel programma della Mostra soltanto negli anni ’80.  
Dal Dopoguerra la Mostra si allarga ancora, e non solo dal punto di vista dei film in concorso: se è vero infatti che, a partire dagli anni ’50, la rassegna conta anche film provenienti da Paesi quali, tra gli altri, Giappone e India, è altresì vero che il red carpet del festival si riempie sempre più di celebrità; la Mostra infatti diventa vetrina per nomi che risuonano nella storia del cinema, sia davanti che dietro la telecamera: è al Lido che si presentano divi quali Marlon Brando e Brigitte Bardot, ma anche registi come Bertolucci, Pasolini e Truffaut.  
Il successo e il glamour della Mostra, tuttavia, subiscono una brusca interruzione nel 1968 quando, a seguito delle contestazioni, viene interrotto il concorso e la Mostra diventa non competitiva per tutto il decennio successivo. Soltanto negli anni ’90, sotto la guida del direttore Gillo Pontecorvo, il Lido torna a ripopolarsi di divi e registi del calibro di Christopher Nolan e Garrone. L’anno scorso, dopo anni segnati dal distanziamento causa pandemia, tutto è tornato alla normalità e adesso…

Edizione 2023: tra successo e scandali 

L’edizione 2023, in scena al Lido dal 30 agosto al 9 settembre, celebra l’80° anniversario della rassegna ma non parte certo nel migliore dei modi: l’attesissimo film d’apertura di quest’anno, Challengers di Luca Guadagnino, è stato infatti ritirato a seguito dell’inizio dello sciopero degli attori americani (di cui potete leggere qui: Facciamo il punto… Hollywood va in sciopero!  – RestART (associazione-restart.com)); nonostante le proteste del regista, la Sony ha infatti deciso di rimandare l’uscita del film alla primavera 2024, molto probabilmente per evitare di doversi dedicare alle presentazioni ai festival e al press tour senza le sue star (con particolare riferimento all’attrice Zendaya, protagonista di questa pellicola sul tennis).  
Tuttavia, nonostante quello che sembrava essere l’inizio di un’edizione tragica segnata da ritiri e mancate partecipazioni, per ora l’impatto degli scioperi sembra limitato al film di Guadagnino appunto, il quale verrà sostituito in apertura da Comandante di Edoardo De Angelis, film che ritroveremo poi anche in concorso.  
L’edizione 2023 si prospetta una delle più ricche per quanto riguarda la cinematografia italiana: oltre a De Angelis infatti, troveremo registi del calibro di Matteo Garrone, Stefano Sollima, Pietro Castellitto e Saverio Costanzo, per non parlare dei grandi nomi protagonisti di questi film, tra i quali troviamo Pierfrancesco Favino, Valerio Mastandrea, Toni Servillo e Alba Rohrwacher. L’unica cosa che potrebbe differire tra questa edizione e le precedenti è il numero di star d’oltreoceano che presenzieranno al festival: lo sciopero del sindacato degli attori vieta infatti a chi vi prende parte di partecipare alla promozione dei film prodotti dagli studios; questo iniziale sospetto riguardo la loro mancata partecipazione è stato confermato dallo stesso direttore della Mostra, Alberto Barbera, che ha annunciato che alcune celebrità non faranno la loro comparsa al Lido, come inizialmente previsto. Tra le star che sicuramente non presenzieranno alla rassegna troviamo nomi del calibro di Emma Stone e Michael Fassbender, mentre ancora in dubbio è la presenza di attori come Adam Driver, Jessica Chastain e Lily James, protagonisti di film indipendenti o di co-produzioni italoamericane e quindi, in teoria, liberi di partecipare alla promozione dei propri film. Detto questo, il dubbio sulla loro presenza o meno verrà sciolto soltanto con l’inizio della rassegna, in quanto molti attori si sono dichiarati disposti o intenzionati a non prendere parte comunque alla Mostra, in solidarietà con i loro colleghi che, da mesi, ogni giorno fanno picchetto davanti alle sedi dei più grandi studios.

Lo scandalo di questa edizione 

L’edizione di quest’anno non verrà però ricordata soltanto per la probabile e inusuale assenza delle celebrità americane ma anche, al contrario, per la presenza di tre registi che faranno sicuramente discutere: Roman Polanski, Woody Allen e Luc Besson. 
Si tratta infatti di figure controverse a causa di una serie di problemi giudiziari che li hanno visti coinvolti nel corso degli ultimi decenni: Luc Besson, nel 2019, è stato accusato di molestie sessuali e in seguito prosciolto; nel corso degli anni ’90, Woody Allen venne indagato, accusato e prosciolto due volte per abuso nei confronti della figlia adottiva Dylan Farrow, la quale sostiene che il regista l’abbia molestata quando aveva solo 7 anni; mentre risale, invece, agli anni ’70 la vicenda che coinvolge Roman Polanski: accusato di ben sei capi d’accusa, tra cui stupro di una 14enne, il regista si dichiarò colpevole di rapporto sessuale illecito con minore e, non appena ne ebbe l’occasione, fuggì dagli Stati Uniti, dove rischiava fino a 50 anni di carcere. Nonostante le assoluzioni (per Allen e Besson) e il perdono ricevuto dalla propria vittima (nel caso di Polanski), i tre uomini, a prescindere dal talento, non sono ben visti dal pubblico e così in molti urlano allo scandalo per la loro presenza a quest’edizione della Mostra, anche se sembra essere prevista solo quella di Allen e Besson.  

Tuttavia, a prescindere dagli scandali, la storia recente ci ha dimostrato che la Mostra Internazionale d’Arte Cinematografica di Venezia ha fatto debuttare film che poi sono stati in corsa e/o hanno vinto premi Oscar: è il caso di La La Land, Joker, Tàr, The Banshees of Inisherin e l’iper-acclamato The Whale. Adesso non resta che attendere il 9 settembre, ultimo giorno di Mostra e conseguentemente giorno in cui si consegnano i premi, per capire quale sarà il film che si porterà a casa il Leone d’Oro e soprattutto se, quando si terrà la cerimonia degli Oscar, questo si rivelerà l’ennesimo vincitore. 

Facciamo il punto: Hollywood va in sciopero! 

Facciamo il punto...
Hollywood va in sciopero!

  • Perché parlarne? 

Come è noto, qualche mese fa, l’industria del doppiaggio italiano ha incrociato le braccia per qualche settimana in segno di protesta per il mancato rinnovo (dall’ormai lontano 2008) del Contratto Collettivo Nazionale di Lavoro del settore e per la conseguente stagnazione degli stipendi e delle condizioni di lavoro. La filiera del doppiaggio, insomma, ha scelto di prendere una posizione forte per dimostrare di essere pronta a tutto pur di veder garantiti i propri diritti di lavoratori, soprattutto in un Paese dove, secondo i sondaggi, la maggior parte della popolazione preferisce il doppiaggio alla versione originale sottotitolata. Al contempo, dall’altra parte dell’oceano, in La-La Land, un altro ingranaggio fondamentale dell’industria cinematografica vedeva a rischio il proprio futuro e decideva di darsi da fare: alla scadenza degli accordi in vigore, il sindacato degli sceneggiatori [WGA – Writers Guild of America] entrava in sciopero, seguito 12 giorni dopo, dal più grande sindacato degli attori (SAG-AFTRA), che, in poche ore, ha fatto incrociare le braccia all’incirca a 160.000 attori, tra i quali grandi nomi del cinema internazionale. 
Un evento a dir poco epocale: i due sindacati, infatti, non scioperano assieme dagli anni ’60! 

  • La reazione degli studios 

Lo sciopero indetto dagli sceneggiatori ha a malapena fatto alzare un sopracciglio agli studio executives, convinti di potersela cavare con poche settimane di agitazione. Tutto è cambiato però con l’adesione del sindacato attori. Le conseguenze di quest’ultimo, infatti, sono, per i boss, molto più immediate e tangibili: le lavorazioni di film programmati per l’anno prossimo vengono interrotte e la promozione dei film in uscita viene sospesa o perde di fascino, vista l’impossibilità degli attori aderenti allo sciopero di prendervi parte. Il fatto che, tuttavia, sia servita la scesa in campo degli attori per creare interesse da parte degli studios dimostra “un’attitudine colonialistica nei confronti dei lavoratori, che sono la vera spina dorsale delle compagnie.” (NdT) 

  • Quali sono le principali richieste di chi sciopera? 

Oltre a obiettivi comuni quali l’aumento del salario minimo, dei contributi pensionistici e della copertura sanitaria, le due richieste principali riguardano la spartizione dei residuals e l’utilizzo dell’intelligenza artificiale. 

  • I residuals: visto che, semplificando il concetto, si potrebbero definire l’equivalente dei nostri “diritti d’autore”, si potrebbe dire che entrambi chiedono di rivedere la percentuale destinata loro dalle piattaforme streaming; mentre però gli attori chiedono un aumento del 2% rispetto al guadagno attuale, gli sceneggiatori chiedono di ricevere un compenso per il loro lavoro, visto che nel contratto appena scaduto non era previsto per i programmi che venivano trasmessi direttamente su piattaforma streaming. 
  • L’intelligenza artificiale: gli sceneggiatori chiedono che l’utilizzo dell’AI nella scrittura dei copioni sia limitato a una piccola percentuale, essendo spaventati all’idea che gli studi possano iniziare a usare la macchina per creare copioni ex-novo; gli attori, invece, chiedono che ne venga vietato l’utilizzo per creare immagini a somiglianza degli attori stessi, senza che venga chiesto loro il permesso o senza che questi vengano in qualche modo compensati. 
en_USEnglish